Terza Pagina: profumo antico di una nuova sfida

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C’era una volta una pagina di giornale che non era davvero la terza, ma che più di ogni altra rappresentava l’anima culturale dell’informazione. Era la “terza pagina”: uno spazio privilegiato dove letteratura, filosofia, arte e attualità si incontravano, dando vita a una forma di racconto del mondo profondamente diversa da quella della cronaca. Oggi quella…

C’era una volta una pagina di giornale che non era davvero la terza, ma che più di ogni altra rappresentava l’anima culturale dell’informazione. Era la “terza pagina”: uno spazio privilegiato dove letteratura, filosofia, arte e attualità si incontravano, dando vita a una forma di racconto del mondo profondamente diversa da quella della cronaca.

Oggi quella pagina non esiste più nella sua forma originaria. Eppure, la sua eredità continua a interrogare il presente.

Le origini

Già nei quotidiani italiani dell’Ottocento esistevano spazi dedicati alla cultura. Tuttavia, è tra la fine del XIX secolo e i primi anni del Novecento che nasce formalmente la “terza pagina”, come sezione stabile e riconoscibile.

La sua affermazione rappresentò una vera innovazione nel panorama giornalistico: per la prima volta i grandi scrittori venivano chiamati a collaborare stabilmente con i quotidiani, entrando in contatto diretto con un pubblico ampio e non specialistico.

Elemento distintivo era la cosiddetta “colonna di risvolto”, che ospitava l’elzeviro: un articolo raffinato, spesso di taglio letterario o filosofico, scritto con uno stile elevato ma accessibile.

La terza pagina non era solo uno spazio: era un progetto culturale.

Il “salotto” degli intellettuali

Nel corso del Novecento, la terza pagina divenne il luogo simbolico dell’intellighenzia. Vi scrivevano alcuni dei più importanti protagonisti della cultura italiana ed europea:

Eugenio Montale, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda, Dino Buzzati. E molti altri, da Ennio Flaiano a Guido Piovene, da Cesare Garboli a Giuseppe Ungaretti.

La terza pagina era, metaforicamente, un salotto culturale: un luogo di confronto, riflessione e sperimentazione. Un “parco verde”, per usare un’immagine evocativa, dentro la frenesia della cronaca quotidiana.

Letteratura e realtà: una svolta nel ruolo dell’intellettuale

Ciò che rendeva unica la terza pagina non era soltanto la qualità delle firme, ma il modo in cui queste dialogavano con il presente.

Gli scrittori non si limitavano a produrre opere letterarie autonome, intervenivano nel dibattito pubblico.

Attraverso articoli, saggi brevi e racconti: riflettevano su temi sociali come: divorzio, droga, crisi economica. Analizzavano i cambiamenti politici, interrogavano il senso della modernità, raccontavano la guerra e le sue conseguenze ecc.

Quindi la letteratura usciva dai libri per entrare nella vita quotidiana dei lettori.

E il giornale diventava a tutti gli effetti uno strumento di formazione del pensiero.

In questo senso, la terza pagina segnò una svolta epocale: ridefinì il rapporto tra intellettuale e società.

Una “madia” di pensiero: il valore della parola giornalistica

Carlo Emilio Gadda definì la terza pagina una “madia dov’era ogni dì a lievitare il buon pane d’una discussione libera e aperta”. In effetti questa immagine restituisce perfettamente la sua funzione: uno spazio di fermento, dove le idee venivano impastate, condivise e fatte crescere.

Come osserva la critica contemporanea, la forza della scrittura giornalistica stava nella sua immediatezza: l’idea “seminata nel giornale” raggiungeva un pubblico vasto, penetrando anche nelle coscienze meno abituate alla lettura. Il giornale diventava così un veicolo democratico della cultura.

Le sue funzioni 

La terza pagina svolse almeno tre funzioni fondamentali:

  • Divulgativa – Portava la cultura a un pubblico ampio, rendendola accessibile.
  • Economica – Garantiva agli scrittori una fonte di reddito stabile.
  • Innovativa – Introduceva nuove forme narrative nel giornalismo: dal romanzo d’appendice alla cronaca mondana.

In altre parole, ampliò sia il pubblico dei giornali sia il concetto stesso di notizia.

La trasformazione: dalla terza pagina alle sezioni culturali

Con il passare del tempo, la struttura della terza pagina si è progressivamente dissolta. Oggi non esiste più come spazio fisso con le sue regole, ma sopravvive sotto forma di: inserti culturali, pagine di “cultura e spettacolo” e supplementi letterari. Il giornalismo culturale non è scomparso del tutto. Esiste, continua a produrre contenuti, a interrogare il presente, a raccontare libri, idee e fenomeni. Eppure attraversa una fase complessa, fatta di contraddizioni e incertezze.

Da un lato, sembra aver perso centralità: i lettori dedicano meno tempo alla cultura o alla lettura in generale, gli investimenti editoriali si riducono e spesso manca il coraggio di rinnovare davvero linguaggi e formati. A tutto questo si aggiunge la pressione dei nuovi media digitali, che impongono ritmi veloci, contenuti brevi e logiche di consumo immediate, spesso lontane dalla riflessione lenta che la cultura richiederebbe e soprattutto ci rendono schiavi dello scrolling compulsivo.  Chi di voi ha ancora l’abitudine, semmai l’ha avuta, di acquistare un quotidiano e leggerlo seduti ad un bar?

Esistono ancora barlumi di vitalità, tentativi di reinventare il racconto culturale, nuove strade ancora in fase di esplorazione. In questa direzione si inseriscono anche le riflessioni dello scrittore Nicola Lagioia, che ha sottolineato la necessità di un rinnovamento profondo: tornare al reportage, dare spazio a voci nuove – anche fuori dagli schemi – recuperare una critica autentica e non addomesticata, e soprattutto imparare a usare i nuovi media non come nemici, ma come strumenti.

La sfida, in fondo, non è far sopravvivere il giornalismo culturale, ma renderlo di nuovo necessario.

Si può tornare allo spirito della terza pagina?

La terza pagina non era soltanto una sezione del giornale. Era un’idea precisa di cultura e di giornalismo: uno spazio in cui la scrittura diventava dialogo, l’intellettuale usciva dalla torre d’avorio per confrontarsi con la realtà e il lettore veniva coinvolto, stimolato, messo in discussione.

Recuperarne lo spirito oggi non significa copiarne la forma, ormai superata, ma ripensarne la funzione. Significa investire nella qualità, credere nel valore pubblico della cultura, avere il coraggio di proporre contenuti complessi anche in un contesto che sembra premiare la semplificazione.

Perché, in fondo, la lezione della terza pagina resta attuale: la cultura non è un ornamento, né un lusso per pochi, ma uno strumento essenziale per comprendere il mondo.E forse, proprio in un’epoca così veloce e frammentata, ne abbiamo ancora più.

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